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Prima Pagina 22 aprile 2026

 

Tornando alle motivazioni dello scrivere, quella più importante, di fondo, è dare spazio alla voce dell’anima, in modalità di espressione anche grezza e non perfettamente compiuta, che nulla ha a che fare con le specifiche competenze dell’intelletto.” 


In fondo l’uomo, soprattutto quello occidentale, non ha fatto altro che costruire strutture intorno all’anima, un modo di ragionare che vuole sempre trovare una sua razionale spiegazione. Ne vediamo il risultato: quando l’anima, o le anime, l’indole, le specificità, i desideri, si scontrano con le strutture si creano fratture. Quelle più piccole, che in quanto tali spariscono nell’ambito della quotidianità necessaria che le assorbe come uno scottex, altre più grandi che, a seconda dei casi, rappresentano fatti da gestire come patologia. E quindi raccontare le cose per come si vedono, neanche necessariamente per come sono, seguendo i sensi dell’anima, che ha i suoi strumenti di percezione, la sua sensibilità, rappresenta per me la vera motivazione. Detto questo, che vale più che altro per introdurre la prospettiva con cui scrivo che non è quella tecnica, ne approfitto per ribadire un concetto a me molto caro. Senza alcun obiettivo di tirare acqua al proprio mulino del pensiero, voglio ribadire ancora una volta che per me la scrittura non ha nulla di tecnico, nel senso della ricerca di un canone estetico codificato, pur nella piena consapevolezza del valore della conoscenza della tecnica che si affina con lo studio e regala metrica, matematica e quant’altro agli scritti. In generale a tutto ciò che si produce e realizza in molti ambiti, tra cui quello culturale. 
Per me la scrittura è solo un’appendice, la fase terminale di un processo.

 

Certamente è importante progredire nelle conoscenze tecniche per eliminare le inesattezze, per aderire quanto più possibile al corretto modo di scrivere, ma questo più che altro per ossequio, per gentilezza nei confronti di chi è padrone della conoscenza e cura questi aspetti. 

Per me la scrittura è solo uno strumento, il terminale di un processo di apprendimento che ha nell’esperienza la sua fonte, nell’elaborazione intuitiva il suo processo di produzione, che si concretizza nella forma delle parole in grado di esprimere, al di là della tecnica, il sentimento vero che lo alimenta. Inoltre, penso che la tecnica (chiamiamola così) rappresenti un po’ una struttura di cemento armato, che ingabbia la fantasia, che stringe i concetti e le emozioni per adattarle al contenitore e questo, in qualche modo, rappresenta una distorsione rispetto all’oggetto vero della narrazione, il trasferimento dell’emozione. 

Chiaramente non lo ritengo un approccio valido per tutti, lo è certamente per me. Nel momento in cui inizi il viaggio nell’acquisizione degli elementi di struttura, piano piano il corpo dell’anima e il suo essere vivo in base ai tratti che ne sono propri, ritorna nella sua gabbia, nel suo nascondiglio, quello in cui sono confinate una moltitudine di sensibilità, seppellite dal peso delle strutture codificate dalla conoscenza e dal corretto. E questo spiega la divaricazione del percepito di un lavoro, sia esso uno scritto, una musica, un dipinto: il percepito tecnico, il cui linguaggio è decodificato da chi ha gli strumenti di lettura, il percepito emozionale, che tutti recepiscono, il percepito emozionale dove c’è struttura e tecnica, che si fondono senza regole di priorità, senza necessità di percorso. 

 

Perché a volte anche chi esprime una sensibilità senza aver fatto un percorso tecnico, trasferisce come d’incanto una tecnica che risponde alle regole della conoscenza intuitiva che ricodifica, mediante altre vie, quello che lo studio e l’approccio razionale cataloga in regole definite. 

Se vogliamo, è parte del mistero della natura, della vita e del progresso, che ci porterà in futuro sempre più a capire perché ci muoviamo in un certo modo, nel materiale e nell’immateriale, una conoscenza che avvicinerà, non divaricherà, sempre più ciò che siamo da ciò che conosciamo. 

Per questo motivo voglio lasciare libera l’anima e la sua fisicità, per non turbarla cominciando a costruire steccati, per evitare che scappi e poi non ritorni più. 

Quando si costruiscono steccati, l'anima scappa e l'unico modo è seguirla, per non perderla, ovunque vada, nel nascosto di un nascondiglio, ingabbiato all'interno di un corpo fermo, o nel vagare tra i luoghi del mondo, lontano dalle gabbie delle ideologie, dei pensieri, fuori dalle macerie. 

Oggi posso dire che qualcosa si rifiuta di esprimersi se non a determinate condizioni, qualcosa di più specifico non ne vuol sapere, intento com'è a raccordare l'esperienza vissuta ai suoi tempi con la follia moderna, altro ha bisogno di condizioni di vissuto, molto altro è già scritto e quindi oggi la scrittura può attendere l'evoluzione degli eventi e la metabolizzazione di quanto in atto. 

Mentre la poesia, sulla poesia possiamo solo essere contabili metronomi e misurare, a posteriori, la distanza tra un'esternazione e un'altra, che sappiamo, la poesia non si gestisce, semplicemente si subisce come pura espressione di sintesi del vissuto. 

Nel mondo della scrittura dell'anima (così è anche se non vi piace)

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Continua il periodo infernale delle guerre e così l'insofferenza ai conflitti da parte della popolazione. Non è un  problema di contrasti tra le parti, c'è un qualcosa di molto più profondo, come se la contrapposizione non sia solo frontale tra sopra e sotto, ma anche tra le dimensioni orizzontali (e quindi il conflitto allo stesso livello ma tra poli contrapposti). Non solo dal punto di vista della condizione economica. E' il senso della convergenza a gestire determinati eventi con impatto dal punto di vista mediatico, che hanno ampiezza ultra-nazionale e trovano anomala composizione laddove le distanze tra i mondi sono notevoli. Segno che l'obiettivo è altro.

Ci sono troppi eventi anomali o almeno lo sono nella narrazione, chissà nella realtà. Ecco, questo è l'altro punto, lo scontro sugli strumenti narrativi, di analisi e racconto della realtà. Mi fermo qui e mentre nella particolarità della narrazione tra palco e realtà, tra riedizioni di riscrittura dei tratti storici che vuol dire rimodellare il ferro bollente (è il senso dell'accaduto negli ultimi anni), la dimensione certa degli eventi la restituisce la natura, con la sua forza, con il suo linguaggio, con la sua distruzione.

Mentre nel mondo delle sovrastrutture, mondo reale e finanziario, il secondo è diventata pachidermico, continua a soffocare tutto ciò che c'è sotto, senza che quest'ultimo riesca a sollevare la testa.

In attesa della pace, della gioia, della convergenza, della mano, che stringa o che o che sciolga.

In tutto questo non c'è altro senso se non il senso della scelta, riproposta ogni giorno come fosse l'ennesima opportunità dell'umanità di affrancare sè stessa dalla propria cattiveria e dagli errori tragici del passato. Io le mie scelte le ho fatte, lo spazio a tutte le risorse dell'anima, dell'intelletto e del cuore, per quanto mi è concesso. Infatti l'amore e la poesia non si scelgono, arrivano, e non puoi farci nulla. L'amore e la poesia non si scelgono, si accolgono, ci si mette a disposizione, si amano. Altre scelte, non ne devo fare.

Toccherà a ciascuno di Voi, fare le Vostre. 

Questo è l'unico senso, il senso condensato in una scelta.

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Prima Pagina 21 aprile 2026

Eccoci qui in questo luogo di pascolo dove si accampa un piccolo presidio informativo in cui raccontare le sensazioni del vivere, la maturazione dell’analisi del vissuto, dell’immaginare e, perché no, desiderare il futuro. 

E se nei grandi accampamenti del pensiero le strutture rispettano i ritmi di cambiamento propri delle corazze che da una parte appesantiscono, dall’altra rendono più protetti e sicuri, le rapide modifiche delle sensibilità propongono sempre più all’attenzione comune le particolarità, le individualità, le diversità, le minoranze, intese queste ultime, possiamo dirlo, solo in termini aritmetici, di percentuale. ​Della composizione di un universo più ampio, di un modo di essere umani che trova nell’unità e nel riconoscimento dell’esistenza dell’altro la legittimazione di sé stessi, che trova certamente accoglienza nell’amore universale che troppo spesso non trova casa in quella che oggi possiamo chiamare cultura dominante.

Così com'è in evoluzione, rapida, il modo di lavorare e le opportunità in un mondo del lavoro in piena trasformazione. Le nuove vie dell'economia, i nuovi strumenti, l'evoluzione economica nei next work.

Raccontare i luoghi del vivere in giro, nelle città, nei territori, nella natura, senza limiti e senza meta, e nei luoghi concreti ma immateriali del vivere moderno, economia, società, sport, cultura ed arte, anche quella vissuta, guardata e raccontata per ciò che si vede.

E poi, la dimensione di vita all’interno del luogo abitativo, le passioni, i libri, la musica, la pittura, l'espressione dell'individualità, il tutto e il nulla raccontato così, come viene.

Nasce, nel mentre, nello scorrere del tempo e trova la sua materialità in questo sito e nelle raccolte dove l’assemblaggio dei pensieri diventa concretezza.

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