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DiversaMente

-Cosa Succede in Città
volume II
anni 2021.2022

ristampa 24 marzo 2025

Qualcosa di Sinistro

versione integrale oggi su 

"Cosa Succede in Città" (provincia di Web)

[navigazione su CSinCittà - bandiera verde]

 

 

Come 

già annunciato nei giorni precedenti, ripercorriamo insieme il viaggio, più o meno lungo, nell'esplorare i tratti salienti del mondo contemporaneo dal punto di vista dell'economia sociale per confluire poi nella riflessione sui modelli di vita del presente, e del futuro, visti anche nell'ottica dei parametri a me così cari dello spazio e del tempo. 

Come non partire da un tema così divisivo, cioè quello dello strumento di assistenza al reddito, per introdurre il tema del ruolo pubblico nell'economia contemporanea? 

In questa introduzione ci tengo particolarmente ad invitarvi a leggere la nota 1 "anti-embolo- per disinnescare il coacervo di automatismi di reazione che si attivano quando si affronta l'argomento. Lo trovo invece necessario per entrare nel cuore del dibattito non solo del rapporto tra pubblico e privato, ma del modello sociale da adottare come punto di arrivo non solo del dibattito ma della contrapposizione tra parti sociali chiamate a dire il proprio sul tema di come si forma il futuro.

Mi aiuta certamente il tempo presente che restituisce, man mano che il tempo scorre, l'evidenza del reale cambio di passo nel ragionare quando si affrontano e direi subiscono i cambiamenti in atto.

la sempre più veloce penetrazione degli strumenti di Intelligenza artificiale di supporto alla gestione delle attività all'interno delle aziende, introducendo innovazioni di processo, determinano, al momento, la permutazione tra risorse e l'eliminazione di molte attività umane spesso delegate all'esterno e che determinano una riduzione di valori economici. 

Meno costi, in azienda, meno ricavi e capacità di spesa nel comparto degli eroganti. E così, a livello territoriale, si annotano le conseguenze delle azioni di diversificazione strategica, di prodotto, di mercato, di sito produttivo. E quindi se c'è discontinuità di lavoro, c'è discontinuità di reddito e c'è, non lo dimentichiamo, riduzione di valori (di fatturato) da parte di chi colloca le offerte, siano prodotti o servizi. E' così, l'economia è un sistema circolare, meno valori per una classe di risorse, meno valori per tutti, meno valore anche per le casse pubbliche.

Ecco perchè è importante affrontare il tema del ruolo della parte pubblica, soprattutto per individuare gli strumenti di supporto alla sostenibilità dei sistemi di vita e affinchè in ogni comparto delle organizzazioni pubbliche e private, ciascuno possa fare il suo in base alle possibilità, all'indole, all'esperienza, ai desideri, agli obiettivi.

L'ho già detto, non è il propugnare la società del bivacco. Al contrario, è quella di consentire il ripristino delle condizioni di esistenza, di sostenibilità di vita e di lavoro, di equilibrio del rapporto rischio-rendimento, di dare contenuto di fattibilità, anche remunerativa, a tutte le risorse e non solo a chi, come me, nel passato mondo globalizzato privato, ha prodotto milioni di challenge mangiate e digerite giorno per giorno come fossero noccioline americane.

Pensateci bene, l'equilibrio del rapporto tra oneri e onori è stata la condizione del passato che ha reso possibile il percorso che vi ha portato a dove siete oggi. A maggior ragione se appartenete al mondo dei "vincenti", dovete dire grazie anche a quelli come me che hanno tirato il carretto nel transito delle vie piene di -challenge-.

Su quel carretto c'era molto del vostro e anche molto del nostro  lavoro, finito nel burrone di quel mondo che molti di voi vogliono conservare dimenticando il passato e disseminando sempre più le vie del presente di challenge che hanno il senso dell'inasprimento complessivo delle condizioni di lavoro e di vita.

E' il senso dell'abbandono dei territori e dei luoghi nativi da parte di molti cittadini, più o meno giovani.

Buona lettura su "Cosa Succede in Città" di oggi 1 aprile 2026

 

Qualcosa di sinistro

tratto da "Cosa Succede in Città" volume II

raccolta di articoli anni 2021-2022

PARTE I

 

 

ma non l’avete visto ancora bene…” canterebbe Ron, “cosa vuol dire, cercare in ogni momento, quelle giuste parole, eh, eh, eh, eh”. E i ragazzi italiani, ….

Povero reddito di cittadinanza, si trova nelle stesse condizioni del tacchino alla vigilia della sua dipartenza, oppure, meglio, come i porcellini -Peppino e Cesare- verso la fine dell’anno, alla vigilia del gennaio successivo in cui si trasformeranno in salsicce e prosciutti1

Attaccato da quasi tutte le parti, come se i percettori godessero a caviale e champagne tutti i giorni, nel mentre il sistema produttivo sperimenta lo stress della rimodulazione delle aree economiche e geopolitiche, della transazione verso la trasformazione in senso ambientale, più veloce nelle anime e nei pensieri che nelle azioni. Necessariamente, perché la sostenibilità è il companatico dei panini da cui trarre nutrimento per definire gli assetti futuri, l’energia verso la definizione di futuro in cui non ci sia il trade off -forse vivo meglio domani e certamente rischio di rimanere steso oggi-.

Inoltre, siamo in una fase storica in cui la liquidità non gira2, non solo quella erogata sotto forma di concessione di credito, ma anche quella della vile moneta, sintomo della trasformazione delle modalità di pagamento, certamente, ma che ha anche una collaterale evidenza, cioè che i contenitori in cui il liquido confluisce si modificano lasciando all’asciutto presumibilmente l’umanità meno sistemata dal punto di vista economico e più avvezza alla precarietà e all’arte dell’arrangio, più in difficoltà rispetto alla quadratura dei conti. Segno delle trasformazioni in atto nelle economie e nelle società, dal passato al futuro. 

Il monte crediti del sistema finanziario ed economico, che negli ultimi anni si è sempre alimentato e svuotato per il trasferimento nei comparti di gestione del recupero vede crescere, al suo interno, il numero di posizioni in riscaldamento verso la sofferenza che mostrano i prodomi di una recessione annunciata e conseguente non solo agli stress specifici sanitario e di conflitto, ma anche agli effetti all’interno del mondo finanziario e valutario. 

Recessione tanto acclamata quanto, per certi versi, quasi desiderata da parte di chi ha forte attitudine allo shortaggio, fattispecie su cui riflettere e che invita a  valutare l’esistenza di una motivazione "di fondo", il  risultato della profonda trasformazione in atto nei sistemi non solo economici, produttivi e nel mondo del lavoro, ma nei sistemi di vita dove il pensiero "in movimento"  nel definire gli assetti del futuro e che diventano parte imprescindibile dell’analisi3

In questo universo di problemi il debito pubblico è solo una faccia della medaglia mentre, almeno da noi, dall'altra parte osserviamo l’enorme importo del risparmio e della ricchezza privata. 

Nulla di nuovo, abbiamo sempre più evidenza di come, nel lungo percorso dall’ultimo evento bellico mondiale fino alla moderna contemporaneità, sono state costruite società caratterizzate da forti contrasti nelle condizioni economiche, nelle tutele e anche nei diritti, questi ultimi spesso negati perché contrastanti con i principi che le marcate connotazioni dei gruppi di appartenenza conservano strenuamente, tendendo ad escludere, piuttosto che includere. E la conquista dell’elemento esterno avviene attraverso la cooptazione, l’accoglienza degli smarriti di turno incapaci di dialogare, di trovare ristoro, di sopportare l’enorme peso del vagare ai margini dei luoghi protetti con le porte chiuse e la scala sociale interrotta già nei bassifondi, negli scantinati.

La domanda è: si può strumentalmente affrontare il problema della giustezza di un reddito di sussistenza e del suo mantenimento, attaccandolo nella sua funzione di ponte verso l’altro punto, quello dell’occupazione che non c’è, ma per motivi diversi? 

Ci sono momenti e fasi storiche in cui i problemi di conflitto e quindi complessi, rischiano di far deflagrare contestazioni violente che portano solo risultati peggiorativi e non migliorativi. Tutti gli aspetti della modernità sono componibili solo unitariamente in una visione complessiva che coinvolge più attori a livelli diversi, altrimenti si troverà sempre conflitto. 

L’avevo già scritto in precedenza, il tratto principale di questa nuova era in cui mondo nuovo e vecchio convivono dando vita ad una sorta di unicum, un manufatto intermedio pieno di nervature e curve, è quello del superamento progressivo dei problemi evitando il conflitto cruento. 

Nel mentre, è chiaro, i tratti marcati nei processi di trasformazione e di gestione delle emergenze si sono già manifestati anche se nei vestiti delle attuali organizzazioni sociali che hanno evitato scoperture, ma che sono pieni di rattoppi e scuciture.  Le dimensioni del pensiero sono in movimento e, mi sembra, ben oltre quello che immaginiamo. 

In merito al reddito di sussistenza, c’è un problema di fondo che non sempre viene chiarito e su cui sarebbe opportuno fare un approfondimento. 

Bisogna comprendere bene cosa significa non avere diritto ad un reddito di sussistenza per chi è abile al lavoro. Cosa significa “abile” al lavoro? Quale lavoro? con quale remunerazione e dove? Certo, dare contenuto al reddito di assistenza con attività sociali ha certamente una sua ragione di essere, ma in tutto questo non possiamo dimenticare che c’è una considerazione di fondo legata alla dignità della persona, alla necessità di offrire una condizione effettiva di coerenza tra aspirazioni, obblighi, diritti e doveri. Altrimenti non potremmo fare altro che constatare il rimpallo tra precarietà nel privato e nel pubblico, in un continuo saltellare tra la padella e la brace. 

A questo punto la prima eccezione è questa: scusa, prendi un sostegno?, vai a lavorare. E la tematica dei diritti e delle conquiste di chi lavora? E la sostanziale realizzazione delle norme del dettato costituzionale? 

Detto in altri termini, siamo in una situazione specifica e congiunturale che richiede l’attesa, nel breve, del ritorno di una qualche condizione generale di salvezza, oppure la situazione è strutturalmente quella di una straordinaria trasformazione, in cui l’ottica temporale e quindi il parametro temporale, si raccorda più con il metro di medio periodo che non su quello di breve? 

Se le sostanziali e strutturali modifiche nel mondo economico e direi finanziario, conseguenti ad una condivisa rimodulazione degli equilibri geopolitici mondiali, comportano una condizione di stallo in cui si scontano i problemi passati e presenti e il futuro non è ben definito, come si possono raccordare le necessità di breve con le trasformazioni di lungo periodo? Si è sicuri che la strada sia quella di limitare e negare un reddito di sostegno a chi è ritenuto in grado di lavorare?

Il problema, quindi, non è tanto sul reddito di solidarietà che forse possiamo confidare sia anzi migliorato, quanto le politiche attive di lavoro e, ancor prima, le politiche industriali e, ancor di più, la creazione delle condizioni per cui si mettano in movimento i capitali privati, altrimenti lo sforamento sarà sempre sul Pubblico, non solo per le misure assistenziali. 

A mio avviso il problema di fondo è nell’esistenza dei problemi di fondo di questo nostro mondo, che andrebbero affrontati nell’insieme per cercare la quadratura e risolvere così anche quelli specifici collegati e conseguenti al reddito di sostegno, cioè la scarsità di risorse/lavoratori in alcuni settori e la rinuncia ad intraprendere opportunità di lavoro che non garantiscono l’avvio di percorsi di vita sostenibili.

 

​​PARTE II

Quindi:

  • la manifattura. Una parte legata alle vecchie produzioni è tramontata o destinata a, parte di essa sconta problemi contingenti ma si gioca presente e futuro. Le risorse fuoriuscite, dove si collocano? Il problema delle competenze o meglio dello scollamento tra necessità delle aziende e competenze delle risorse è sempre esistito per tanti motivi, alcuni legati alle specificità delle singole produzioni, altre alla genericità dei percorsi formativi e di riqualificazione4. Inoltre, avete mai letto quali sono i requisiti richiesti in fase di ricerca personale in un annuncio di lavoro? O sono ridondanti le richieste oppure effettivamente c’è un problema a monte che riguarda la valutazione stessa dell’esistenza di effettive potenzialità di business. Cioè, detto in altri termini, se l’offerta è legata alla realizzazione di specifiche attività, non solo produttive, la domanda è: siamo sicuri che quelle offerte siano effettivamente realizzabili? L’esistenza di competenze nei territori, ma anche nella mobilità, è condizione essenziale, è vincolo per la fattibilità delle produzioni, nell’oggi, mentre altra cosa è la pianificazione per il futuro, ma non è quello di cui stiamo parlando. E allora si dovrebbe fare conto su quello che effettivamente c’è, senza pensare che il problema sia quello di acquisire, con la formazione, conoscenze sganciate dalle specificità e come sia possibile trovare quadratura anche economica all’interno dei conti economici. Chi ha esperienza d’azienda sa che non è il numero delle risorse che agevola, a volte è più fluido un processo semplificato con meno risorse piuttosto che coordinare le attività distribuite su più risorse, il che significa gestire complessità;
  • a questo punto il ragionamento dovrebbe coinvolgere non solo che cosa facciamo, cosa produciamo, ma come lo produciamo, quali sono gli obiettivi più generali rispetto a quello del profitto e c’è sempre il grande tema della competitività. La competitività ha le sue regole, i suoi ragionamenti, le sue condizioni, all’interno della competitività ci sono assetti e procedure, sistemi organizzativi, metodi di lavoro, che non prevedono ulteriori logiche se non la ricerca di efficienza e di efficacia. Quindi?

Quindi:

  • questi lavori, dove sono? Il parametro territoriale ha una sua rilevanza e non parliamo certo di fuori regione, ma proprio di sostenibilità della continuità nell’ambito dell’organizzazione di vita, altrimenti succede quello che sta succedendo, offerta e domanda non si incrociano,
  • si intuisce, gestire a livello di pianificazione il problema occupazionale è cosa difficile, non siamo più nel mondo di prima, siamo in una fase storica in cui si pensa che i servizi possano affermare la loro consistenza di industria, la logistica sviluppata in modo strutturale in alcune aree strategiche può certo ambire ad essere comparto autonomo nell’ambito della logica di produzione del valore all’interno di settori e comparti nella produzione del valore extraterritoriale, ma la riflessione si impone nel desiderio, neanche tanto recondito, in cui si desideri la fisicità delle produzioni e il peso dell’industria e della manifattura, da cui scaturiscono le dinamiche collegate di distribuzione e commercio, nonché delle attività di supporto alle offerte nelle fasi contestuali e post, come condizione essenziale per la creazione di ricchezza sul territorio. Non dimentichiamo che i redditi che generano le attività industriali, sono a servizio e a sostegno degli altri settori sui territori, dall’agroalimentare al turismo. I redditi si allocano e sostengono. Ecco, torniamo sempre lì, alla necessità della definizione della vocazione dei territori, all’analisi delle competenze delle risorse, alla specificità delle carenze, alla specificità delle soluzioni, compreso tutto ciò che concerne la sussistenza. Quindi la gestione decentrata delle problematiche e delle risorse è fondamentale per efficientare i processi di assistenza,
  • è il momento di riflettere sui punti connessi con il ripensamento delle logiche produttive e di lavoro, cioè sulla sostenibilità dei percorsi di vita, sul problema generazionale. Il sistema dell’assistenza si collega con il sistema pensionistico. Con l’allungamento dell’aspettativa di vita e con la discontinuità lavorativa, si può considerare sostenibile l’attuale impianto normativo? Non è forse più opportuno cominciare a ragionare sulla possibilità di superare le logiche attuali, in un susseguirsi di rattoppi che si reggono in piedi con le stampelle, che lasciano indietro casi su casi, che penalizzano, che sono insufficienti e vedere il sistema del reddito di esistenza nella sua continuità nelle fasi di vita, anche quella occupata dalle pensioni? Prima o poi, a mio avviso, si arriverà al punto in cui la modifica delle logiche sarà imposta dalla insostenibilità degli attuali sistemi. Certo, siamo nell’ambito di un periodo storico in cui le spinte conservative sono forti e riaffermano la solidità del pensiero e delle logiche pregresse e quindi tutto ciò che non è conforme, innovativo, tende ad essere non solo scartato, ma direi quasi evitato come peste, come un alimento scaduto e quindi cestinato a prescindere. Tutto ciò riflette anche la modifica del peso dell’età nell’ambito della popolazione, una società sempre più vecchia che, certamente, ha diritto alla conservazione dei diritti acquisiti, ma che al tempo stesso è ricalcitrante rispetto alle spinte al cambiamento. Spinte peraltro anche indirette, perché se gli asinelli giovani non spingono, il carretto si blocca.
  • sistemi produttivi, economici e di investimento, il ruolo e la struttura della finanza, le modalità di organizzazione di vita, le problematiche ambientali ed ecologiche, il trade off delle scelte nelle differenti visioni di futuro, sono all’interno dell’analisi e della valutazione del rapporto tra autonomia decisionale e dimensione collettiva, quindi la definizione più in concreto dei tratti del concetto di libertà e, in modo specifico nell’area occidentale, la pressione sulla coerenza del rapporto tra gli elementi concettuali su cui si fondano le società stesse e la concreta possibilità di sperimentarne la loro applicazione. La filosofia che informa e contribuisce alle scelte su come organizzare le società influenza inevitabilmente tutte le azioni conseguenti e incide su tutti gli aspetti di vita, e quindi sulle modalità di produzione del reddito, su stili e tenori di vita, sui sistemi di assistenza, educazione, autonomia e autodeterminazione,
  • transizione e finanza–[pare sia stato emesso un provvedimento su scala planetaria per evitare l’assembramento rumoroso dei cigni neri, intenti in una fragorosa festa di rimpatrio, una sorta di riunione mondiale di tutti i cigni possibili immaginabili]:al di fuori della scherzosa forzatura, la finanza, alter ego non solo emancipata, ma oramai autonoma e dominatrice sulla parte industriale e produttiva di questo mondo, vive l’ennesima puntata di una metamorfosi senza fine, dove però il canovaccio rischia di essere nuovamente recitato. Dopo un lungo periodo di erogazione a “gratis” di liquidità nel sistema, nell’attesa (come già scritto) delle riforme necessarie per rendere l’economia più equa, solidale e sostenibile, si è arrivati al punto in cui gli effetti collaterali hanno innescato, o tentano di farlo, una serie di azioni e provvedimenti che necessariamente impattano sulla vita delle società. Non voglio rifare tutto il giro del ragionamento, in qualsiasi caso politiche restrittive, alta inflazione (che dipende da diversi fattori e ha specificità diversificate anche in relazione alla propensione ai consumi e agli stili di vita e d’acquisto nelle diverse aree territoriali), tassi più alti, creano ulteriori problematiche al diversificato mondo dei cittadini del lavoro o della sopravvivenza, richiedendosi, per il raggiungimento di più obiettivi, quasi sempre la necessità dell’intervento pubblico, in fase di erogazione, di sostegno, di concessione, di liberalizzazione, in senso di regolamentazione. Quando si interviene, si regola e in qualche modo “si limita”, “si indirizza”, “si chiede”, e quindi si determinano divergenze, nell’ambito delle quali il singolo deve necessariamente adattarsi alle configurazioni standard che sono proprie della gestione dei fenomeni di massa. Si ripropone, per l’ennesima volta, la problematica delle insolvenze sui finanziamenti privati5 e delle imprese, soprattutto le più piccole. Segno che con il passare del tempo non si riesce a risolvere il tema della sostenibilità dei percorsi di vita, in sostanza dei modelli di sviluppo delle società. Accenno, per l’ennesima e non credo ultima volta, che ciò che è debito è credito, il debito procura mezzi che si allocano presso entità che con esso vivono. E’ parte del sistema e quand’anche lo sforzo per modellare i carichi sulla base delle proprie possibilità sia presente, la discontinuità lavorativa, il crollo repentino delle attività, il cigno nero, il percorso fuori cigni neri all’interno, o meglio a volte all’esterno delle regole più o meno codificate di sistema giustificate dalle emergenze e, diciamolo, dai conflitti e dagli interessi di parte, ripropongono ogni volta condizioni per cui a valanga la dimensione temporale del debito disallinea necessità con possibilità6 .

Tornando al tema del reddito di cittadinanza, -cioè assistenza e solidarietà nelle società-, c’è un nucleo centrale nel problema che è quello della conflittualità, che ha origini diverse, da quello ideologico a quello più strettamente pratico. Si è spesso parlato di tornare ad assumere un atteggiamento positivo e contributivo nel costruire i destini di un territorio, di un Paese, richiamando lo spirito e i valori post eventi bellici, in cui ciascuno si rimboccava le maniche per costruire il proprio futuro e quello di una nazione. Seppur le condizioni generali di clima sono le stesse di un evento post-guerra, la differenza sostanziale è che non tutti partono dallo stesso punto, come in passato. Se vogliamo sposare la tesi per cui ciascuno costruisce il proprio destino (positivo) e pensare che, in modo speculare, ciascuno quello negativo, dovremo convergere sull’esistenza di una definitiva cristallizzazione delle posizioni per cui ognuno rimane prigioniero del proprio destino. Guardate, questo è un punto cruciale di riflessione e di analisi perché tutto ciò che oggi contrasta si basa sull’assunto, che qualcuno vuole affermare, dell’ineludibilità dei destini, anche quando la condizione di vita è al di sotto di quella di dignità e ha bisogno di un reddito minimo che, nell’attuale ammontare medio, non consente neanche la quadratura abitativa, crea differenze e giusti conflitti originati non tanto dalla sua giusta previsione, quanto dalla comparazione con chi lavora e produce un reddito, anche questo insufficiente per vite dignitose nei disequilibri, patrimoniali, economici e finanziari delle società. Detto in altri termini, il lavoro dipendente, ma anche l’autonomo, sperimentano la precarietà e condizioni economiche compresse verso il basso nel tentativo di recuperare o mantenere sacche di competitività, a volte di sussistenza, per cui è normale diventare insofferenti verso chi, senza obblighi, ha un’assistenza che può essere integrata con lavori saltuari. L’ascensore sociale, certo, ne abbiamo parlato, non c’è, ma oggi anche una piccola scala per risalire dai bassifondi inabitabili di questa nostra vita, la salvezza dalle sabbie mobili che inghiottisce corpi ed anime, è un obiettivo minimo. C’è un problema abitativo, un problema legato ai pesi di un sistema altamente burocratizzato ed indebitato che chiede e prosciuga sempre più risorse, c’è un problema di carrello della spesa, di mancanza di presupposti per l’avvio di percorsi di vita. C’è, alla base di tutto, la profonda riflessione del ruolo del pubblico e del privato nel definire nuove possibilità di esistenza accettabili per superare i conflitti e trovare equilibrio, pacificazione e serenità. Certamente un punto iniziale è accontentarsi ed essere disponibili in quello che si fà, che sia lavoro dipendente o autonomo, ma non si può pensare che il passo sia solo dalla parte di chi, dal lato debole delle sue necessità, oggi deve accettare qualsiasi condizione, mentre tutto ciò che si è accumulato, rimane nel riposo di un acquisito che non contribuisce e anzi ambisce all’ulteriore rendimento senza rischi. Chi ha meno necessità deve capire che oggi la tenuta del sistema si ottiene solo cercando di dare una più o meno definitiva soluzione ai problemi, che altrimenti continueremo a trascinarci nel tempo. È il momento delle priorità, ripartendo dalla sistemazione delle condizioni di vita dal basso, e di pensare, se non implementare, quantomeno quali le soluzioni possibili. Nell’edilizia abitativa di base (che non voglio chiamare popolare perché questo coincida con un concetto riduttivo) siamo fermi da decenni, tutto il sistema abitativo è legato agli investimenti che non sono più sostenibili per chi vuole intraprendere un percorso di vita autonomo e certamente le scelte andranno ad incidere su qualche interesse, ma purtroppo, o per fortuna, in questo come in altri aspetti del nostro vivere, è il momento delle scelte.

Le questioni di questo mondo non corrono così tanto da far correre le riflessioni in modo più corposo di quanto già fatto. Si possono seguire, passo dopo passo, gli eventi, con la certezza che c’è ancora piena evidenza che qualcosa di fondo, di profondo, ancora non va. 

Quando, anche flebilmente, si intravede una possibilità di superamento delle problematiche afflittive di questi ultimi anni, interviene, come d’incanto, l’ennesimo intralcio, l’ennesimo appesantimento. È un qualcosa che possiamo intuire e vivere nell’intima percezione, ma che non riusciamo a sistematizzare, nonostante le analisi non manchino. 

C’è un qualcosa di non detto, un qualcosa che è fonte di preoccupazione, che non assicura, che incide sulle aspettative, qualcosa che ghiaccia. E, certamente, l’elemento distintivo e pregnante di questo malessere caratterizzante è non tanto la complessità, che è un derivato, quanto la conflittualità, che origina problemi ed è ostativa delle soluzioni.

C’è indubbiamente un qualcosa di sinistro in tutto questo, ma alla vigilia di un nuovo anno, voglio pensare positivo e desiderare che tutti ed in particolare i giovani tenuti a sperimentare le difficoltà di percorso nella società degli elefanti riescano, in un futuro breve, a tirare una rasoiata imprendibile per il raggiungimento di un piccolo o di un grande obiettivo, un gol nel percorso della vita, come faceva il nostro grande centravanti,

 

Viva Gigi Riva.

1 Nota anti-embolo: chiarimento necessario per evitare errate interpretazioni rispetto allo scritto, in una fase in cui prevale o comunque esiste, la realtà del framework, ossia della check list, ossia bianco o nero. Esprimere una propria valutazione, o pensiero, sul reddito di cittadinanza non ha alcuna implicazione in merito alla collocazione politica, non politica o partitica. Non è un approccio ideologico e anzi si può essere, contemporaneamente, contro e a favore di forze politiche e di gruppo contrapposte. Lascio da parte qualsiasi considerazione in merito alle contrapposizioni tra partiti in cui l’avversione è alimentata, prevalentemente, da altre questioni oltre al reddito di cittadinanza. Siamo stati tra gli ultimi paesi ad introdurre un reddito di sostegno, né possiamo paragonare il reddito di emergenza con quello di cittadinanza. Inoltre, la presenza di progetti pilota in merito all’erogazione di un reddito universale in paesi esteri, testimonia come già da oggi ci si ponga il problema di sostenibilità delle economie dei paesi avanzati in cui la tecnologia porterà ancor di più modifiche nella combinazione delle risorse; certamente ogni fase innovativa ha portato una permutazione di lavori, sempre nell’ambito umano, scompaiono alcuni lavori, ne nascono altri, in qualsiasi caso questo step mostra già da oggi la propensione a sostituire con macchine l' umano. E quindi possiamo immaginare una divaricazione tra tipologie di settori, attività ed entità, con l’universo tecnologico capace di esprimere alti valori aggiunti e scarsa intensità di capitale umano, mentre altre tipologie saranno caratterizzate da alta intensità di lavoro e basso valore aggiunto. E i sistemi economici, in generale, potrebbero trovare l’equilibrio attraverso una redistribuzione esterna alle entità a maggior attitudine a produrre valori e a scarsa intensità di impiego umano. Quindi, convivere con l’idea che esista un elemento basico di composizione delle condizioni di appartenenza ad una comunità sociale significa probabilmente guardare al futuro e non ad un passato di retrocessione dei diritti, dal momento che l’eliminazione di un qualsiasi strumento, o un suo irrigidimento, non può far altro che indirizzare verso l’accettazione al ribasso di qualsiasi tipo di lavoro. Naturalmente, in questo senso, si conviene che definire un proprio e più o meno condiviso concetto di reddito di esistenza, ha una connotazione di tipo politico perché definisce un’idea di polis, all’interno della quale l’umano ambisce a vivere. Tutto ciò che è all'interno della fase di passaggio dall’assistenza al lavoro, ha a che fare sia con le condizioni specifiche dell’economia nell’evoluzione storica, sia con l’organizzazione del mondo del lavoro. Non essendo specialista, né essendomene mai occupato direttamente, non posso dire quali siano i veri problemi, anche se non è difficile intuire che un problema di fondo è l’esistenza di multi-strade e multi-piattaforme per l’incrocio di domanda e offerta, mentre la gestione su un unico modulo renderebbe forse tutto più efficace.

In ultimo, l’inefficacia dell’introduzione della misura di sostegno ad agire indirettamente sull’innalzamento degli altri redditi, quelli di chi lavora, non può certo essere ad esso attribuito in questa fase storica in cui le contingenze hanno inciso profondamente sull’evoluzione delle economie. Né l’evidenza del monte dei debiti pubblici aiuta a pensare misure di erogazione universale di un reddito, magari con una progressività, cosa che se realizzata, garantirebbe quantomeno pacifica accettazione dello strumento e altri evidenti benefici di carattere generale su cui non mi soffermo, evitando di perdere tempo. Sappiamo, infatti, che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

2Evidenza empirica, testata presso i negozianti ed esercizi commerciali, già in difficoltà con il resto della banconota da 20, accuratamente prelevata dal bancomat, e in evidente affanno di fronte alla presentazione dell’orgogliosa banconota da 50, da ufficio postale per erogazione di pensione pubblica (il massimo del lustro della banconota). Significa che in cassa c’è poco, in quasi tutti gli esercizi, possibile?

3In altri termini, se nei trenta anni precedenti, quelli del "turbo globalismo" [dott-prof D. Fusaro, Filosofo, trova e leggi sul web) i tenori di vita si sono gonfiati oltre la soglia sostenibile, quello in atto è un processo più o meno esplicito (o implicito) di rieducazione alla scarsità delle risorse.​​

4 Chiariamo anche qui: il processo formativo è insito nella maggior parte delle attività lavorative, il trasferimento di competenze, l’acquisizione di specializzazioni, l’ulteriore incremento della cultura personale, gli aspetti di miglioramento sono diversificati e tutti validi. Il problema di fondo è cercare la coerenza tra livelli di apprendimento raggiungibili e la strumentalità di essere asserviti alle organizzazioni in cui le competenze sono spese. La fase di formazione generica, anche se specifica su determinate materie, ha sempre un suo limite, perché in linea generale richiede sempre un upgrade interno per l’adattamento alle singole realtà in cui le competenze sono spese. Abbiamo un universo, almeno nella nostra realtà nazionale, di piccole e medie imprese con una notevole specificità produttiva e quindi il problema di fondo è sempre quello dell’inserimento delle risorse in contesti produttivi in cui la variabilità dei fatturati e delle produzioni è spesso ostativa rispetto alla necessità di pianificazione, nel tempo, della crescita delle risorse. Inoltre, viviamo una fase storica in cui in molte produzioni, per molti prodotti e\o offerte, c’è innovazione di prodotto, e quindi c’è discontinuità rispetto al pregresso, non solo, ma, a mio avviso, il confluire verso una fase di snodo tra passato e futuro, farà sì che per un periodo di tempo e per una parte delle offerte, si verificherà un fenomeno opposto a quello che abbiamo sperimentato nell’era globale, cioè in sostanza una riduzione della complessità legata ad una rimodulazione delle offerte in senso restrittivo, più standardizzazione, meno possibilità di scelta, più efficienza, perché gli scenari produttivi sono cambiati, meno volumi, meno risorse, spinte inflattive che, al netto dei picchi legati a contingenze, sono per una parte strutturali. Quindi, forzatamente, le offerte già si adeguano in senso riduttivo, che non significa mancanza di contenuto qualitativo, ma certamente ogni singola produzione sperimenta un ripensamento nella logica di offerta e quindi produttiva. Con questo voglio dire che è necessario riflettere bene se il problema è il tentativo di implementare percorsi formativi marcatamente spinti verso l’acquisizione di competenze che potrebbero risultare assolutamente inutili ed incoerenti in relazione alla fase storica e all’evoluzione dei prodotti e della tecnologia. Fare formazione significa impiegare risorse e queste risorse vanno spese bene. Inoltre, l’area che riguarda le nuove tecnologie, [es-quali il Metaverso], è probabile sperimentino lo stesso percorso che abbiamo osservato in passato, lo sviluppo della tecnologia, del mercato e l’utilizzo effettivo degli strumenti, porteranno una fase competitiva sempre più spinta nella personalizzazione rispetto all’offerta iniziale, in cui le risorse produttive\implementative saranno fondamentali ma che per la loro crescita hanno bisogno di fare esperienza. In sostanza, certamente la formazione è anch’essa un’area di business, consente l’acquisizione del tempo necessario all’economia di trasformarsi nel senso del creare opportunità di collocazione, ma tutto ha un costo e guardando a tutto ciò che oggi è necessità, investimenti, assistenza, sostegno, esiste il problema di spendere in modo efficace.

5 Naturalmente il problema non è la rata del debito per semidurevole o consumo necessario [leggasi utenze per cui il passaggio alla rata è imposto dal sistema di offerta] per 50, 100 o 200 euro, nel caso, il problema è altro, cioè l’impossibilità a realizzare reddito per cifre esigue se questi sono gli unici carichi, il che impone un’altra riflessione, in particolare sulle priorità di sistema in cui una parte anche considerevole della società non si è ancora resa conto che è necessario fare tutto il possibile, in termini di liberalizzazione, per consentire a tutti di procacciarsi il da vivere. Esiste invece una persistente quota, anche di classe dirigente, appesa ancora alla strenua difesa dell’arrugginito codicillo, imbambolata ad osservare l’ingorgo nel traffico, fino alla presa di coscienza che in termini di consenso, la conta può essere tranquillamente fatta dentro casa, seppure;

6 Incremento dei tassi di interesse, avvio delle politiche monetarie restrittive dopo il lungo periodo di iniezione di liquidità. In modalità -non Accademy- piace allo scrivente esprimere un leggero pensiero sul rialzo dei tassi di interesse in Europa non tanto per spendere inutilmente tempo e contribuire allo spreco delle risorse occupando byte sul pc, ma per esplicitare un senso di disagio che si ha quando non si riesce a seguire l’onda comunicativa -e di analisi- che sottende le scelte effettuate dai gestori. Però i temi sono pratici, perché l’inflazione va sul quotidiano, i tassi di interesse pure. Se c’è in Europa l’inflazione al 10%, un balzo notevole in meno di un anno, è chiaro che ciò è originato da più fattori, in primis quello geo politico del conflitto, oltre alla forte rimodulazione delle catene di produzione e della logistica. La soluzione del conflitto non vede prospettive possibili, in teoria potrebbero crearsi condizioni per una soluzione almeno transitoria, anche a breve termine, in teoria; la logistica e le catene di produzione hanno bisogno di un po' di tempo ma in qualsiasi caso la transizione ambientale per il momento rallenta piuttosto di accelerare, perché è necessario capire bene prima di implementare gli investimenti. Inoltre, l’effetto immediato delle politiche monetarie, unitamente al monte debito mondiale, elevato in modo specifico in alcuni paesi, nonché la granitica chiusura a testuggine sulla riqualificazione del concetto di debito pubblico a livello di area se non di Paese, determinano una contrazione generale dei volumi degli scambi, dei margini operativi e degli utili, la cui produzione è diversificata per settore, tipologia di prodotto, per area geografica. In tal senso, la politica monetaria europea certamente ha la necessità di seguire l’incremento dei tassi oltre oceano altrimenti all’inflazione nostrana si aggiunge quella legata all’inflazione importata, se la valuta si svaluta troppo. La dichiarazione più importante, regina, è quella di dire che gli interventi nel futuro seguiranno i dati e, implicitamente, l’evoluzione dei fatti. Per quale motivo devo motivare cosa succederà nel 2024, se non conosco quello che succederà domattina? È evidente, anche questo è un messaggio che determina “sospensione”, perché questo groviglio di mondo tutto nuovo dipende molto anche dall’evoluzione delle anime, non solo dell’economia. E così, come l’ultimo dei cittadini di questo mondo può rimanere infilzato volente o nolente dalle decisioni ritenute opportune per il mantenimento dei sistemi nel loro complesso, anche qualche esigenza accreditata può meditare un po' e prendere atto ancora una volta che è la realtà, oggi, che ha priorità rispetto alla teoria. Certo, siamo nel pieno della fase di passaggio ma con un annetto alle spalle in cui tutto questo era prevedibile nella dimensione generale, ma assolutamente imprevedibile nel suo progress. E quindi si commettono errori, anche pensando che la logica del buon senso prevalga, nella migliore delle ipotesi, non ritenendo che la logica del cattivissimo senso abbia la sua prevalenza e ispiri scelte all’infuori non dei quadri normativi, non delle possibilità e facoltà, ma direi fuori dagli equilibri di sistema in cui ci si muove e pianifica. E questo dovrebbe valere, per equità, sempre. In qualsiasi caso si spera, un giorno, si riesca a superare la logica per cui le politiche economiche, industriali, monetarie, legislative, autorizzative di questo mondo non trovino sempre e solo la quadratura lì in basso, dov’è relegata l’umanità più sofferente, di destra, sinistra, di centro, popolo della pagnotta e popolo diversamente pensante e vivente. Oltre al riallineamento della divergenza tra finanza e mondo sottostante reale cioè quello della creazione di valore agganciato alle produzioni e ai fondamentali, possiamo evidenziare due tratti significativi emersi nell’ultimo anno, cioè la riduzione generale delle possibilità che i singoli realizzino valore finanziario sui mercati finanziari che sono in continua crescita, (plusvalenze nette di capitale che diventano reddito spendibile in termini di consumo, meno entrate in qualsiasi caso), condizioni di vita più pesanti, perché vivere costa di più (più uscite), limitazione, fino all’osso, dei cuscinetti temporali di raccordo tra presente e futuro rappresentati dall’accesso al credito bancario, in particolare per il luogo abitativo, sempre più un miraggio per le nuove generazioni arenate in partenza dal peso dei mutui e dal costo degli investimenti. In attesa che qualcosa nei sistemi di vita cambi perché così è difficile andare avanti.

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