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COSE TODAY
SOCIETA' E CULTURA
16 aprile 2026,
Progetti del futuro nel presente
le New Town nell’evoluzione tecnologica dei nuovi processori
Quella odierna è una "tappa" anomala o meglio di "trasferimento" verso lo sviluppo delle riflessioni su Cultura e Spazio, ripartendo da quanto già fatto sino ad oggi.
Quindi un riposo in senso tecnico per organizzare i contenuti e ripartire con lo sviluppo dei temi, tra una salita e una cronometro.
13 giugno 2024
Nuovi processori, economia e spazi di vita.
Eccoci di nuovo per proseguire nel viaggio di esplorazione con la mente riflettendo su spazio e cultura, fermandomi solo un attimo in una stazione di servizio per occuparmi dell’impatto che l’evoluzione tecnologica contemporanea avrà sulla struttura dei settori e dell’economia. E quindi sulla cultura, negli spazi territoriali. Temi interconnessi, cioè la nuova tecnologia è alla base della realizzazione delle town del futuro, orientando sia le trasformazioni delle old che i progetti puramente new.
In questa fase evolutiva di assoluto rilievo per la portata delle trasformazioni, osserviamo il passaggio verso una nuova era grazie allo sviluppo dei nuovi processori e degli applicativi software, in particolare di Intelligenza Artificiale, le cui potenzialità sono ancora da comprendere, almeno in questa fase.
Non una semplice innovazione, ma un salto in avanti verso una classe tecnologica evoluta che trasformerà certamente alcuni settori, determinerà nuove offerte e cambiamenti nel modo di fare economia, di produrre valori economici e distribuirli.
E sappiamo, perché ci siamo dentro nel ragionamento, che l’economia è connessa con i territori, che sviluppano cultura.
Cultura, spazio e, come sempre, tempo, nella dimensione orizzontale (contemporanea) e nella dimensione verticale (passato e futuro).
Contestualmente vorrei aprire una finestra temporale sui progetti delle città del futuro nella nostra attualità e nel mondo, poiché, come detto, i progetti di sviluppo e la loro implementazione sono strettamente connessi con la dinamica evolutiva della tecnologia
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Si riparte da qui nei prossimi giorni
SPAZIO E CULTURA
oggi, 16 aprile 2026
Progetti del futuro nel presente
le New Town nell’evoluzione tecnologica dei nuovi processori
Ristampa del primo episodio di Cultura e spazio, Nexthing con la collaborazione di Nobody, che presenta
Progetti del futuro nel presente, Cultura e spazio /parte I
riflessioni sul tempo presente
Eccoci di nuovo per proseguire nel viaggio di esplorazione con la mente riflettendo su spazio e cultura, fermandomi solo un attimo in una stazione di servizio per occuparmi dell’impatto che l’evoluzione tecnologica contemporanea avrà sulla struttura dei settori e dell’economia. E quindi sulla cultura, negli spazi territoriali. Temi interconnessi, cioè la nuova tecnologia è alla base della realizzazione delle town del futuro, orientando sia le trasformazioni delle old che i progetti puramente new.
Nella fase evolutiva che viviamo, di assoluto rilievo per la portata delle trasformazioni, osserviamo il passaggio verso una nuova era grazie allo sviluppo dei nuovi processori e degli applicativi software, in particolare di Intelligenza Artificiale, le cui potenzialità sono ancora da comprendere, almeno in questa fase.
Non una semplice innovazione, ma un salto in avanti verso una classe tecnologica evoluta che trasformerà certamente alcuni settori, determinerà nuove offerte e cambiamenti nel modo di fare economia, di produrre valori economici e distribuirli. E sappiamo, perché ci siamo dentro nel ragionamento, che l’economia è connessa con i territori, che sviluppano cultura. Cultura, spazio e, come sempre, tempo, nella dimensione orizzontale (contemporanea) e nella dimensione verticale (passato e futuro).
Contestualmente vorrei aprire una finestra temporale sui progetti delle città del futuro nella nostra attualità e nel mondo, poiché, come detto, i progetti di sviluppo e la loro implementazione sono strettamente connessi con la dinamica evolutiva della tecnologia.
E’ mio interesse, mia curiosità, osservare il frutto dell’intelletto, dell’anima, del pensiero, di tutti coloro che sono impegnati nella loro realizzazione, in primis nelle fasi di progettazione. Osservare il nuovo, analizzarlo riflettendoci, è anche una via per analizzare l’esistente, una sorta di analisi parallela, non dal vecchio al nuovo ma viceversa.
È importante aprire la mente allo sviluppo della tecnologia e in particolare degli applicativi (software), anche di Intelligenza Artificiale di tipo generativo, superando la comunicazione del web o dei tradizionali canali informativi per cercare di comprendere di cosa si tratta, quali le applicazioni future e, fondamentalmente, quanto i software di nuova generazione rappresentano una variabile critica di impatto sui settori, quali le opportunità e i rischi delle innovazioni di processo, quale impatto sulla configurazione delle offerte, fatte di prodotti e servizi.
Abbiamo già visto in passato la portata delle trasformazioni nel commercio e nella distribuzione con l’introduzione delle piattaforme di e-commerce, quanto lo sviluppo dei modelli distributivi ha inciso sulla modifica delle produzioni locali. Quanto le possibilità di delocalizzare hanno modificato interi comparti e settori produttivi locali, decretandone non solo la cancellazione, ma soprattutto rendendo nel tempo più complicato e raro il trasferimento delle competenze. Una desertificazione che non è soltanto un capannone vuoto; lo è, principalmente, delle competenze che nel tempo lungo non trovano più il seme per rinascere, se anche lo si vuole. Ma, in sostanza, tutto il mondo economico è in evoluzione, con esso i sistemi economici e di vita.
Andremo sempre più avanti nel tempo verso la configurazione di società la cui economia sarà verso la fruizione dei prodotti di esperienza, dei servizi dematerializzati che si offriranno nella possibilità di essere consumati. La transizione è in atto, immergersi nelle nuove realtà è già presente, non è futuro. E quindi l’attività di discernimento di ciò che accade in questo nuovo contesto è punto centrale di studio e di approfondimento.
Lo è dal punto di vista pratico, nel futuro immediato, per vedere come le classi dirigenti risolveranno il problema degli attori di quello che a suo tempo ho chiamato -mondo vecchio-.
Non solo, c’è un innegabile problema di collocazione e transito anche da parte delle giovani leve, che quindi va gestito. Si tratta in sostanza di comprendere come gestire una fase di transito in cui le risorse dei territori viaggeranno nella necessità di essere ricollocati o assistiti nei processi di riformulazione economica e sociale. Semplificando, il problema di fondo è quello del lavoro, cioè di flusso di entrata per chi vive di reddito, la sua congruità rispetto ai valori economici di esistenza, le misure per la copertura della discontinuità, la gestione della fase di vita post lavoro. Non è solo il concetto di lavoro come parte centrale della vita delle persone, è anche il modo di affrontare e risolvere il problema dell’assistenza, necessaria quando non c’è entrata finanziaria. Lo preciso perché nel nostro Paese, in questa fase storica e al di là del limite informativo dei tradizionali indicatori economici sintetici, ci troviamo contestualmente ad attraversare una fase delicata sotto molti aspetti: la riformulazione degli assetti produttivi legati alle riconversioni o alle integrazioni o modificazioni delle offerte, quindi non solo nella logica di ottimizzare i costi, che determina chiusure o spostamenti di produzione da un territorio ad un altro; la spirale inflattiva che seppur contenuta, si innesta comunque in una condizione già esistente di salari compressi; le innovazioni di processo e di prodotto, la progressiva introduzione di sistemi di automazione anche nelle funzioni di supporto, non core-business, che eliminano possibilità. In sostanza, la coesistenza di forze che spingono la condizione del vivere nella direzione non desiderata. Basta osservare cosa è successo negli ultimi anni, direi nell’ultimo decennio, nel nostro continente che ha subito una flessione della capacità competitiva, non solo di tipo economico, ma anche sui grandi problemi del pianeta, sulla capacità di supportare le azioni per gli obiettivi del futuro, in sostanza nella capacità di affermarsi come area competitiva, a questo livello di integrazione, nell’attuale configurazione organizzativa, nell’ambito di un complesso processo di trasformazione degli equilibri geopolitici.
L’area continentale nell’era globalizzata è stata una grande area di servizi, nel mentre le produzioni si spostavano nelle aree a maggior efficienza di costo. Osservate il viaggio regressivo che ha colpito prima il terziario, i servizi e le produzioni industriali, infine il settore primario agroalimentare, l’ultimo, arrivato allo stremo delle forze per trovare condizioni possibili di equilibrio economico e quindi di continuità. E quando si arriva al settore primario, si comincia a parlare di ciò che si mangia, del necessario e non solo del superfluo. Le modifiche alle strutture dei business sono in atto.
Bene, a questo punto torno al perché è importante osservare l’evoluzione delle dinamiche economiche e dei cambiamenti in atto e perché è importante esserne in qualche modo parte attiva. E’ altrettanto vero infatti che gli attori del cambiamento non sono solo le classi dirigenti, saranno tutti quelli che, in un modo o in un altro, parteciperanno alla discussione, da qualsiasi punto di vista, da qualsiasi appartenenza o non appartenenza. Ecco perché a mio avviso è necessario che il pensiero ancorato alle granitiche linee del passato, si evolva per aprire alla percezione dei diversi modi in cui i sistemi culturali, comunque di area, si sono evoluti ed evolveranno nel senso di coscienza critica del vivere.
Apro a questo punto una breve ma decisiva parentesi, un disclaimer, a cui sono abituato e a cui sento di non poter rinunciare. Quale sarebbe l’obiettivo di conoscere come il mondo si evolve dal punto di vista economico? Certo, non solo perché l’economia caratterizza i sistemi territoriali e quindi di vita, ma appunto perché in essi si sviluppa cultura che delinea i sistemi di vita.
Qual è il mio obiettivo? Capire in quali meandri pianificare non solo la nostra vita, ma soprattutto in quale contesto i nostri figli prenderanno le loro decisioni. Vorrei capire quanto lo sviluppo tecnologico può migliorare la condizione di benessere, elevandolo e rendendolo maggiormente diffuso, cercando per quanto possibile di eliminare le povertà.
E, contestualmente, quanto la nuova economia potrà offrire condizioni di gestione del trade off tra lavoro e tempo per sé stessi, in un’economia di vita più legata al consumo o ai prodotti di esperienza. Voglio andare anche oltre, non tanto nella mia attitudine intellettuale di poter esplicitare aspetti che gli studiosi specialisti sanno molto meglio di me, ma nell’aggiungere elementi a supporto delle riflessioni delle persone comuni, elementi che spesso mancano perché non è bene farli emergere.
Perché sono interessato alle new town?
Perché ritengo sia compito della società determinare le condizioni minime di dignità di ciascun cittadino sin dalla nascita, costruendo soluzioni che rispondano alle fasi di analisi dei contesti e alla pianificazione delle soluzioni.
È, il mio, effettivamente un pensiero che per forza di cose deve trovare una sua collocazione nelle ideologie classiche di pensiero e quindi confluire, essere incasellato, nei tradizionali gruppi intermedi e\o di rappresentanza soggiacendo alla dinamica di formazione della volontà e delle decisioni che in modo naturale vengono così, alla meglio, mediate?
La risposta è no, la mia non è una collocazione ideologica di appartenenza ad una area storica, anche se i tratti di pensiero sono sempre riconoscibili nel tempo, trovano sempre un similare nel passato. Non mi colloco, ne è cartina di tornasole la mancata appartenenza politica che, solitamente, ha alla sua base un riferimento culturale ideologico e laddove questo non c’è, l’ho scritto in passato, c’è certamente un problema di “strumenti” che mancano quando si affrontano temi nuovi, che attengono ai diritti, alle nuove configurazioni dell’essere.
Il problema di fondo è che non si può costruire un contenitore, di azioni e di obiettivi, se non si matura un sistema di pensiero che guarda al passato solo nell’analisi dei problemi, che magari prende spunto per soluzioni, ma che necessariamente deve partire dall’analisi dello spirito del tempo e della proiezione futura per agire nel senso del sogno, del desiderato, dell’analizzato e poi, nella speranza, dell’implementato.
E quindi, rispetto ai contenitori contemporanei, è un qualcosa che ha attitudine a configurarsi come nuovo, prendendo o aderendo o aggiornando, un po' qua e un po' là. Forse ciò che si deve sviluppare non è tanto la capacità della gestione del complesso, laddove il complesso molte volte nasce come necrotizzazione di processi, di sedimentazioni di pensieri, di conservazione di posizioni, di freno alle spinte innovative, di bilanciamento di interessi e di poteri. E di pensieri. Molto del complesso del nostro mondo, in molte prassi, nasce per l’incapacità di trovare convergenza sulle modifiche da apportare per rispondere alle istanze che i cambiamenti evolutivi determinano. La complessità si genera per l’incapacità di affrontare alla radice i problemi e risolverli secondo un’idea precisa, magari mediata, ma ben definita. E invece spesso si susseguono modifiche, come mettere pezze su pezze, come soddisfare contemporaneamente più posizioni, alla ricerca di un compromesso che non soddisfa nessuno e non risolve i problemi. In questo processo, a volte si nascondono i tratti e i meccanismi di fondo dei fenomeni che hanno sempre una loro base di semplicità e, conseguentemente, di comprensibilità capace, quest’ultima, di orientare le scelte magari nella via non desiderata dalla cultura dominante.
Il progressivo abbandono dell’obiettivo di consentire discernimento espropriando la possibilità di decidere e di essere partecipi delle decisioni e dei cambiamenti comuni, ha prodotto la nascita di tanti derivati del pensiero, come nei prodotti finanziari, che si sono staccati completamente dalla realtà, affermandosi autonomamente come totem se non da venerare, da prendere così come si propone, a scatola chiusa. Se non che, di fronte alle evidenze empiriche, anche la narrazione del complesso, la sua vendita a pacchetto chiuso senza critica, ha perso la sua efficacia e ha mostrato la sua nudità.
Di fronte all’incedere delle società, nei suoi tratti economici e sociali, della natura, l’evidenza empirica si è affermata offrendo un’analisi e una chiave di lettura “semplice” che anche i meno attrezzati nella conoscenza possono eccepire a discapito dei depositari del sapere. Molti degli attori di questo mondo, siano essi player principali, leader, ragionano in termini di collocazione ideologica storica, non solo non sentendo la necessità di un nuovo, ma spesso scartando o contrastando tutto ciò che non è collocabile. Non è la realtà nel mondo, non è questa la via di riflessione, non sono questi i parametri.
E’ l’esistenza di un diverso approccio alle problematiche, sin dalla individuazione delle priorità che cambiano e lo sono in molte coscienze.
Esplicito il ragionamento perché penso di essere in numerosa compagnia, penso che il viaggio di trasformazione verso la società del futuro, con la sua cultura in grado di smussare le frizioni causate dagli spigoli delle appartenenze e dalle chiusure di molti sistemi di pensiero. Un percorso già iniziato, in viaggio con la sua velocità per determinare nuovi assetti. L’esistenza dei conflitti, caldi e freddi di questo mondo lo certificano. I processi di cambiamento, quelli evolutivi e di trasformazione delle società, trovano sempre nei sistemi di pensiero storici la naturale resistenza al cambiamento. Necessità di cambiamento; se un determinato sistema territoriale è in grado di soddisfare le condizioni di base per un vivere dignitoso, ciò non esclude l’esistenza di un modello in cui il capitale sia protagonista; si tratta solo di evolvere nel senso non della lettura tra sistemi, modelli, categorie e forme note, ma immaginare un’evoluzione in cui al centro ci siano soluzioni di sostenibilità, di vita dignitosa, del vivere seguendo la propria indole nell’ambito del patto di società. Ecco perché, riflettendo, le categorie di pensiero e di collocazione storica non sono più in grado, a mio avviso, di soddisfare integralmente le necessità di rappresentanza e questo è vero anche per le entità nuove nate come reazione e superamento della politica tradizionale.
C'è invece una netta distinzione tra chi si colloca dalla parte di chi, trasversalmente, difende strenuamente la dimensione formale, organizzativa e codicistica delle società, in cui viene definita una casistica di ciò che è male, con l’obiettivo di affermare una risposta di sistema che tutelerebbe in via assoluta un interesse generale che spesso invece confligge con le libertà individuali; dall’altra chi, naturalmente, tenta di apportare i cambiamenti per trovare una migliore condizione materiale di vita e di esercizio dei diritti individuali. Spesso anche personaggi politici di differente estrazione si trovano insieme a difesa del mondo di cui loro sono espressione. Tutto questo genera complessità di lettura soprattutto se la comunicazione tradizionale diventa lo strumento principe non solo di propaganda, ma veicolo delle attività di riformulazione dei territori e delle società. Contemporaneamente i luoghi liberi di diffusione dei pensieri, quali lo spazio web e le piattaforme social, cominciano ad essere attaccati, in parte limitati, con l'idea di fondo che i luoghi informativi devono essere qualificati, cioè oggetto di preventiva analisi, di "accreditamento”, cioè selezione, da cui si origina "potere" che generalmente la massa non gestisce, ma subisce. Non per ultimo, se è vero che i mezzi di comunicazione "veicolano", ancora peggio è l'esercizio dell’arte del silenzio, terribile strumento silenziatore dei cambiamenti o delle inerzie che impattano sul modo di vivere.
Ancora, perché questa premessa? Osservate il dibattito sulla AI, c’è chi spinge sin da ora sulle offerte e sulle opportunità, chi è interessato a capirne le potenzialità come detto in senso sia negativo che positivo, chi ha focalizzato l’attenzione sulla regolamentazione e ha incentrato il dibattito sui rischi e quindi quali debbano essere limiti e vincoli di sviluppo. In qualsiasi caso, c’è alla base la necessità di definire un modello di sviluppo di un settore decisivo nell’incidere sulla maggior parte dei settori dell’economia e non, un settore che peserà molto nel futuro, determinerà economia, quindi cultura, quindi società. Lo sviluppo dell’intelligenze artificiale si innesta sulla considerazione che a suo tempo riportavo in CSC I[1], con la domanda “Al di là delle imprescindibili personalizzazioni, l’economia di massa fin dove si può spingere? Cos’altro c’è da collocare in modo massivo? Cosa si può fare?”. E cosa se non i prodotti e le esperienze dell’intelligenza artificiale? Bene, almeno uno spazio della nuova economia è tracciato, anche se è auspicabile che sviluppo, obiettivi e peso strumentale, vengano gestiti.
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PARTE II, prossimamente,
ch'io scoprii ancor di più
che ne lo passato tempo
l'importanza del ruolo del fiorin
padrone de le genti tutte
che impresa ancor di più nel presente
è procacciarlo
nelle vie de lo moderno mondo
tra vizi
e virtù così tanto sopite nell'animo
e così tanto forti li fermenti
de lo viver quotidiano
che lo futuro, scoprii
più non esiste
rapito com'è dal consumar lo giorno
tutto quanto.
PARTE II
Nell’affrontare l’analisi dei problemi e delle caratteristiche dello Sviluppo Tecnologico Informatico, non possiamo non affrontare il problema di definire il sistema di pensiero che ne condizionerà l’implementazione.
Il dibattito si svilupperà tutto nell’attuale visione binaria che ha origine nell’esperienza storica, oppure è pensabile vengano avviati processi di integrazione e riformulazione dei sistemi di pensiero che tengano conto di come l’umanità si sta evolvendo e come vogliamo che si evolva?
Lo scrivo sapendo che ci sono aree culturali e di potere, pezzi di società, per cui questo nostro mondo deve continuare ad evolversi nel senso delle linee storiche. A me piace pensare che in questo stadio evolutivo, nel pieno della riformulazione globale e dei conflitti caldi e freddi aperti in tutto il mondo, nel mentre il liquido necrotico si scioglierà definitivamente, che si possa riformulare un sistema di pensiero condiviso nel tratto generale dell’esistenza delle diverse opzioni, delle possibilità di scelta.
In sostanza quello che voglio sottolineare è la contestualità di più problematiche, l’esistenza di più processi di riformulazione in atto, di più forze culturali, intellettuali, di pratica di vita con esigenze diversificate in cerca di un nuovo equilibrio non solo di collocazione, di coesistenza, di esistenza nel presente e di modello di sviluppo nel futuro.
I contenitori in cui si sviluppa l’attività delle polis è ancora quello tradizionale, già definito e in continuo rinnovamento nella forma, mentre il passaggio decisivo, almeno nell’immediato, dovrebbe essere quello di definire i temi, gli oggetti da sistemare, gli obiettivi da raggiungere prescindendo dall’appartenenza che spesso ha la necessità di rispettare i paletti della storia, i tratti del pensiero storico che regalano quella certezza, a volte quella nostalgica visione del passato in cui c’era un ambiente desiderato o semplicemente per preservare i tratti caratteristici del pensiero storico. Certamente non è tutto da buttare o tutto da riformulare, si tratta di capire come convergere nella definizione di obiettivi e dei percorsi per raggiungerli.
Lo dico perché materialità e pensiero, che nei decenni passati hanno spesso viaggiato da soli poiché il mondo materiale ha prevalso, assorbito e inglobato anche il mondo del pensiero, oggi evidenziano una relazione contraria: quella che dal pensiero va alla materialità, in cui entra in campo anche la spiritualità nella rideterminazione del vissuto materiale in cui si sviluppano diritti e doveri. Un’accezione quindi, molto, molto pratica. Molto, molto semplice nella percezione. Molto, molto complessa, in evoluzione.
Quindi la non appartenenza non significa non scelta, come detto, ma al contrario significa una scelta forte, ben precisa, per un’idea di vita, di cultura, di spiritualità, di libertà, di esistenza, di sviluppo del pensiero critico, nella contestualità delle specificità. Una scelta di campo precisa e soprattutto di metodo per agire in sostanza sulla cultura e sulla mentalità che caratterizzano le società.
Lo esplicito poiché penso di condividere la stessa condizione con molte persone, magari ciascuno con le sue differenze. Se così non fosse, la mia posizione avrebbe il valore della posizione singola da leggere magari come parte della cultura personale ma che ha validità solo nell’ambito di un processo di analisi di sé stessi.
Sintetizzo in breve: c’è una parte delle società che difende la propria posizione, che pensa non ci sia bisogno di nuovo, opera con tutti gli strumenti e con tutto il potere a disposizione perché il loro mondo, la loro idea di vita, di società, di religione, di spiritualità, di cultura, di stile di vita, di morale, resti immutata e prevalente; c’è ne sono molte altre che spingono per acquisire migliori condizioni di vita, tra cui la possibilità di vivere un autonomo percorso di scoperta del nostro destino fuori o dentro gli schemi relazionali e sociali preconfezionati. E che si battono per il riconoscimento di diritti, che individuano priorità differenti, cultura differente, stili di vita differenti.
A questo punto il problema non è tanto quello di vivere, nell’ambito di questa contrapposizione, secondo la propria idea di vita o di cultura, nella ricerca dell’accettazione o meno, il problema di fondo è pratico, cioè il recepimento nel sistema organizzativo e legislativo, delle istanze plurali. Non è solo un problema di diritti che riguardano le condizioni dell’essere, si tratta anche di economia, di possibilità, di opportunità.
Il punto decisivo sarà il metodo adottato per la trasformazione o conservazione degli assetti e dei modelli.
Forza o dialogo nell’ambito di una partecipazione ristretta e formale, o allargata anche all’informale?
Estendendo l’osservazione ai tempi contemporanei che comprendono non solo l’attualità, ma anche un passato non lontano, possiamo dire che se il buongiorno si vede dal mattino, non c’è da stare molto ottimisti.
A questo punto ritorno al punto di osservazione delle questioni del futuro, agli sviluppi delle aree urbane e non, alle possibilità di vita che vi si svilupperanno. Pur scegliendo un posto tranquillo, il chiasso del mondo in movimento e in conflitto, caldo e freddo, arriva e disturba, ma più che altro richiama alla mente sempre il punto di riflessione centrale: come poter definire un percorso personale nel quale praticare le scelte, quando le forze di questo mondo sono tutte in conflitto tra loro? Quale sarà il ruolo degli Stati, posto che oramai non è più pensabile un loro ruolo marginale nell’organizzazione non solo delle diverse funzioni ma soprattutto nell’economia e nella finanza[2]?
In sostanza, la parte più debole della società, quella più precaria, quella anche meno precaria ma dalle possibilità limitate, tutti coloro che dovranno crescere nell’ambito di una condizione non di privilegio, tutti coloro che vivono di redditi, cosa potranno fare per stimolare processi di miglioramento e soprattutto, materialmente, come potranno organizzarsi autonomamente nell’ambito degli spazi regolamentati e legali, per vivere meglio?
A chiusura di questo articolo, oggi, con la fase pandemica alle spalle e immersi in quella dei conflitti, alla domanda con cui ho chiuso il racconto della mia visione dell’epoca globale, “Torneranno i Sogni?”, se ne aggiunge un’altra laddove i sogni sono tornati.
Riusciremo ad occuparci dei nuovi sogni, per poterli realizzare?
spero di affrontare quanto prima la descrizione dei progetti di nuova ubicazione, le new town, gli obiettivi di fondo e le caratteristiche dei progetti nel mondo, in modo molto sintetico e per quanto riesco a percepire.
Un modo per tornare, di nuovo, sui grandi problemi del presente, per affrontare infine il tema per me così decisivo nella definizione delle società attuali: la competitività, la dinamica competitiva, sia nell'accezione stretta riferita alle entità economiche, che in quella più allargata di dinamica competitiva sociale. Un argomento complesso e proprio per questo motivo sono interessato a vedere come sono state impostate le nuove città per comprendere come i pianificatori hanno affrontato il tema della competitività che definisce i vincenti e gli sconfitti in base ai parametri utilizzati.
E', dal mio punto di vista, gentili e non, Signore e Signori, cari operatori ecologici del pensiero, puristi e non, il parametro su cui riflettere a fondo, quello da cui dipenderà il modo di vivere nelle società del domani, che il devastante danno in quelle attuali è sotto gli occhi di tutti.
Non riuscite a mettere mano al disagio che promana dalle radici portanti delle società attuali? Se non affrontate il tema con l'onestà di accettare le diverse possibilità di ricostruzione storica dell'evoluzione sociale non arriverete a nessun risultato.
L'onesta analisi del passato non per punire, ma per superare al meglio.
Competitività e dinamica competitiva.
24 giugno 2024 (pensa un pò te)
[1] tratto da Cosa Succede in città Volume I, pag 62-63 “Il ruolo del settore pubblico, il sostegno al reddito”: Inoltre, a livello privato, almeno nelle società occidentali, dal punto di vista materiale abbiamo tutto, cioè siamo arrivati al punto che per le necessità quotidiane non servono ulteriori step né tecnologici, né di beni. Mi spiego: bene o male tutti hanno una dimora (per il momento, anche se il patrimonio è anch’esso mal distribuito, concentrato sulla parte della popolazione che ha accumulato in passato e che oggi si tiene ben lontana da qualsiasi rischio), le autovetture sono più che sufficienti per le varie necessità (anche qui è tutto in evoluzione, perché la nuova povertà pandemica con i suoi effetti economici sommati a quelli della precedente crisi, ha riempito i piazzali di macchine invendute, il nuovo è solo su ordinazione, quindi macchine ferme e gente a piedi), la parte hardware e software anche quella è in media sufficiente (significa che ci sono strati della popolazione che non usufruiscono di un servizio sufficiente e quindi non accedono neanche alla scuola a distanza), poi ci sono gli elettrodomestici, quali TV, frigo, condizionatori, telefoni (questi ultimi non mancano, sono inevitabilmente oggetto di adorazioni su più fronti), bene o male abbiamo tutto. Non credo sia necessità imprescindibile sostituire l'umano anche negli atti più elementari (magari lo sviluppo tecnologico con energie alternative potrà mettere a disposizione comodità a basso costo di fruizione, ma voi ci credete?). Dal punto di vista personale, abbigliamento, benessere, viaggi: siamo arrivati a buon punto. Al di là delle imprescindibili personalizzazioni, l’economia di massa fin dove si può spingere? Cos’altro c’è da collocare in modo massivo? Cosa si può fare?” (ovviamente non significa rinunciare all'economia di sviluppo, rinnovo/sostituzione, che sono, appunto, economia. Ma riflettete un attimo: quello che dico non è già attualità? non vedete come la contrazione si stà sviluppando mentre la molla dei prodotti del futuro non si espande?)
[2] Un solo elemento di riflessione sul ruolo del pubblico sull’obiettivo della piena occupazione. Siamo un Paese caratterizzato dalla frammentazione produttiva, da una miriade di piccole imprese e anche di artigiani, commercianti, autonomi in generale. Di servizi, e microimpresa, hanno vissuto intere generazioni e, lo ricordo ai meno massaggiati dal lato mnemonico, molte delle innovazioni di processo nell’ambito delle procedure non core business, burocratico\amministrativo e non solo, anche nel delicato ambito riscossivo dove pantalone si siede in attesa del sollazzo, è stato grazie al mondo privato, autonomo e professionale. Ora, ditemi voi, in una fase di profonda trasformazione come questa, non solo ci ritroviamo quasi sprovvisti di strumenti di assistenza, argomento che così tanto infervorisce i tracimanti di altre pratiche, quanto constatiamo la quasi inesistenza di strumenti per l’autoimprenditorialità, anche minima, che sarebbe invece una via da privilegiare per la capillarizzazione dei flussi vitali finanziari. E’ un dato di pragmatica analisi: se nel nostro Paese, storicamente, si è sviluppata microimprenditorialità, numerosissima, uno o più motivi non distanti dalle qualità personali ci sarà; e allora, perché non innaffiare questo terreno fertile? Sempre per gli stessi motivi? controllo, abusi, insuccessi? Per quanto tempo ancora si riuscirà a mantenere la contestualità di tutti gli obiettivi, oggi a discapito di quello generale, senza fornire a ciscauno gli ingredienti per portare a casa la legittima pagnotta?