13. Aprile 2026

Il nuovo mondo dei diversi mondi

tratto da Cosa Succede in Città-Volume II Appunti di viaggio anno 2025 -nexthing Il nuovo mondo dei diversi mondi anno 2025 (ristampa ) tra necessità ed utopia - Introduzione

Che

ci sia un mondo in trasformazione, penso sia chiaro a tutti. Una volta per tutte provo ad individuare le fasi: il lungo periodo dell’espansione economica e delle relazioni internazionali cioè il periodo globale, poi quello successivo delle crisi economiche, poi quella pandemica e dei conflitti. Caldi, cioè le guerre, fredde, quelle nelle società e tra le società con scontri di diversa natura, politica, culturale, economica, sociale, in generale una fase di fermento, di osservazione ed analisi delle democrazie occidentali e delle relazioni tra stati nel mondo.

Qualche anno fa il mondo ha dovuto fare i conti con la pandemia, un evento, se vogliamo, in contrasto con l’evoluzione della scienza e della tecnica.

Mettendo da parte per il momento le considerazioni di sintesi più rilevanti in proposito, certamente non possiamo non considerare l’eccezionalità non solo dell’evento ma della sua collocazione storica.

La pandemia si sviluppa proprio nel momento storico in cui erano già in essere i movimenti tellurici, se così li possiamo chiamare, del mondo globalizzato arrivato a fine corsa su molti aspetti.

Una delle conseguenze della necessità di gestire un’emergenza è stata quella di individuare le modalità con cui attivare i processi decisionali al di fuori degli schemi tradizionali.

E così le diverse visioni della vita, i diversi modi di procurarsi sostentamento ed esistenza, l’accezione disomogenea del concetto di libertà personale, in generale di trade off tra individuale e collettivo, sono entrati in collisione, si sono scontrati e poi confrontati in una dialettica non ancora certamente definita.

Il preambolo solo per arrivare al punto di partenza della mia riflessione, cioè la domanda su cosa è in gioco nella dinamica delle società in movimento. Un tentativo di ricomporre e far emergere il filo conduttore che lega tutti gli eventi straordinari che lo sono persino nell’evento singolo della vita di tutti i giorni. Straordinari, perché molte delle problematiche sono caratterizzate da profonda discontinuità rispetto al passato. Eccezionali, perché è tale la dimensione dei conflitti.

Il modello di società e come sono impostate nell’economia, nel diritto, nell’educazione e nel rapporto con le religioni, è l’oggetto primario che genera scontri oggi in atto in larga parte delle aree del mondo.

È in questo ambito che si stanno muovendo le azioni, le riflessioni, i moti di innovazione, rinnovamento, trasformazione, conservazione. E i conflitti.

Mi ha molto colpito il pensiero raccolto tra gli attori protagonisti del mondo contemporaneo in cui si è condensato quel “non si cambia”. Certo, non si cambia non significa “non si modifica”, ma è chiaro che il modello non si stravolge.

La primissima domanda è: c’è qualcuno che lo vuole stravolgere oppure sono in tanti che non solo desiderano ma che hanno necessità di profondi cambiamenti, di riformulazioni?

Ascoltando i “veicoli-prodotti” informativi sui media e riflettendo, si percepisce l’esigenza da parte del potere di veicolare il messaggio di far comprendere alle masse come tutti i moti di rivolta, di contestazione e riformulazione della società moderna, storicamente, sono sostanzialmente falliti, assorbiti nel divenire dalle normali trasformazioni, in particolare quella tecnologica che poi ha influenzato e attratto a sé molta della cultura che viviamo.

Moti di rivolta intesi o meglio interpretati quasi sempre in senso di cambiamento radicale, mai come desiderio di modificare pur nella conservazione del modello, cioè senza necessariamente passare per una fase di distruzione e poi di ricostruzione.

Un cambiamento pacifico, che poi non lo è mai anche nella graduazione della asperità del dibattito, che è confitto ma non guerra.

E si sa che la linea di demarcazione non è mai così definita per cui, soprattutto quando i conflitti sociali e culturali non sono confinati nell’ambito di una categoria, tutto diventa più complicato, più acceso, più conflittuale.

Siamo appunto nel presente, nel conflitto tra conservatori e progressisti, che gli eventi storici e l’evoluzione culturale e sociale, hanno spinto verso posizioni più estreme, lasciando uno spazio vuoto non ancora organizzato per chi si trova in posizioni più mediate, meno nette, per chi rivendica il diritto di non essere necessariamente collocato, poiché ha maturato una posizione diversa che magari accoglie ciò che è un po' da una parte un po' dall’altra.

Voglio però estendere la mia riflessione ampliando la portata del concetto. Si potrebbe pensare che il tema sia riferito solo ai diritti, all’idea che ci possa essere una trasformazione desiderata ma sempre basata su un vissuto sostenibile.

E invece il problema è sulla sostenibilità. La necessità è diventata quella del vivere, non solo del pensare e del modo di essere. E così che oggi, pur nel pieno divenire degli eventi, rifletto sulla questione, un’istanza di riflessione che si origina fondamentalmente dalla sensibilità dell’anima, dalla percezione dell’immateriale, dall’osservazione del vissuto. Dalla ragione che cerca possibilità, immagina sviluppi, riflette sulle ipotesi, in definitiva, matura nel mentre.

Se le dinamiche principali del vivere le nostre società non cambiano, è evidente che nuove vie e soluzioni si devono aprire rispetto a ciò che è codificato, proposto e direi, anche imposto.

Iniziamo così questo nostro viaggio, per capire come si potranno evolvere le società, come l’autonomia su più fronti, non solo quella dal basso (perché sui diritti e sulle configurazioni dell’essere le categorie sono trasversali, verticali, non poste su un orizzontale delle possibilità), può procedere per riconfigurare un modo di vivere differente, senza pensare che questo debba significare conflitto o rifiuto completo del mondo attuale.

Vi lascio per il momento poiché lo sviluppo va maturato passo dopo passo, non prima di un’ultima riflessione sul sentimento che provo quando ascolto programmi, vedo servizi, leggo l’informazione.

Vedo molti dei protagonisti del dibattito in evidente difficoltà quando si trovano a raccordare il pensiero che deriva da una collocazione anche culturale, con quanto avviene nella quotidianità.

Il problema di cui discutiamo è anche questo, la possibilità di esprimere il pensiero liberamente anche da parte di chi ha collocazione e che magari non vuole “scontentare” la parte amica. Scrivere esprimendo la riflessione per ciò che si vede, non per la collocazione, con l’obiettivo di innestare la riflessione e poi il dibattito avviando percorsi di costruzione di quelli che oggi mi sento di chiamare i mondi nuovi, quelli in cui parte della società, i gruppi sociali ma anche singoli cittadini, si organizzano nell’ambito delle regole vigenti, per dar vita a nuovi modi di formazione del valore, individuale e sociale. E si battono, democraticamente, perché regole e processi obsoleti cambino.

Un mondo sostanzialmente più amico e, lasciatemelo dire, più semplice, più facile, dove praticare la gioia diventa normalità e non un premio dopo aver affrontato le oramai ordinarie fatiche di Ercole di cui sono piene le nostre giornate. Premio che a volte viene anche negato non dalla semplice cattiveria, ma dal necrotico approccio che vede la pratica dell’afflizione come valore.

E’ quindi la mia, una scelta culturale di chi rifiuta le società basate sulla paura e sul conflitto, nelle genti e tra le genti 

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Una narrazione non condizionata, libera, che può aiutare a capire il passato e, se vogliamo, può contribuire a immaginare il futuro.

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