13. Aprile 2026

Un giro nel presente

-Cosa Succede in Città- 
ristampa

Un giro nel presente

Ho iniziato a scrivere quando, nel mentre mi iniziavo al trading sui mercati finanziari, per restare aggiornato, seguivo le cronache e il racconto dell’attualità nei programmi televisivi. In particolare, con riferimento alle news di tipo economico, annotando le ripetute crisi aziendali e conseguenti ripercussioni occupazionali, non trovavo riscontro o piena aderenza con la mia esperienza nel vissuto della professione nei contesti aziendali. Pian piano, ho ripercorso le fasi storiche del mio vissuto economico a partire dal 1992 con una riflessione distaccata e quindi metabolizzata attraverso il filtro del tempo, che ha chiarito in me lo scenario, reso più comprensibili i tratti del nostro mondo economico.

Dopo il 2008, tutti i settori, ma qualcuno più degli altri, ha cominciato a subire le falcidie delle conseguenze del processo globale senza regole. Quando dall’oggi al domani vedi interi comparti azzerati, quando, con frequenza molto stretta, arrivano le notifiche di aziende che vanno in procedura, tutto ciò che è ordinario, programmato, diventa di colpo emergenza. Ti accorgi, in sostanza, che nella particolarità dell’individualità c’è un qualcosa, una o più cause comuni, che appunto tiene uniti i destini e rende omogenea la contabilizzazione delle vicende del passato. Pian piano, ripercorrere le fasi storiche del vissuto economico, a partire dal 1992, anche solo dal punto di vista della riflessione distaccata e quindi metabolizzata attraverso il passare del tempo, ha chiarito in me lo scenario, reso più comprensibili i tratti del nostro mondo economico.

In “Torneranno i sogni” ho provato a ripercorrere le cause di tutto ciò, offrendo una lettura, certo, una delle tante, vedendo le cose dal mio punto di vista. L’analisi delle cause nella contestualizzazione delle fasi storiche è pratica assolutamente necessaria, se l’obiettivo è quello di comprendere per riportare nel sistema di conoscenze attuali il patrimonio “culturale” che serve per pianificare il futuro. Purtroppo, nell’avanzare del tempo che scorre inesorabile, l’analisi, la narrazione, è sempre stata marcatamente influenzata dalle posizioni di parte. La conservazione degli assunti di fondo del proprio sistema ideologico, il non concedere al pensiero opposto neanche davanti all’evidenza dei fatti, ha di fatto imbrigliato i processi di ammodernamento, rendendo obsoleti molti assetti di gestione.

Dopo la ricostruzione della fase storica, “Cosa succede in città” è diventato il contenitore del seguire le riflessioni sul nostro tempo. Non avendo appartenenza, il racconto dal mio punto di vista è diventato un guardare alla realtà con l’innocenza dell’ingenuo che vede e narra. La riflessione offre lo spunto per altra riflessione, generando interrogativi anche su ciò che si è consolidato nel tempo. In realtà il problema non è la narrazione pura ma, come ho avuto modo di scrivere in passato, l’evoluzione dei tempi e nel vissuto all’interno delle società, nelle articolazioni degli stati, che porta la cultura a muoversi. La cultura non è oggetto immobile, un prodotto confezionato e immutabile. E ha trovato nelle nuove vie di comunicazione, la possibilità di veicolarsi, di incontrarsi e di trovarsi. Le vie delle connessioni globali sono innegabilmente un qualcosa che aggiunge, a condizione che si conservi la consapevolezza della necessità del vissuto reale insieme al virtuale, nell’intensità che ciascuno definisce o tenta di definire. Quando il vivere nelle aree del mondo è diventato più difficile, meno benessere, più povertà, sempre più precarietà, mancanza di visibilità del futuro e l’impatto dei temi globali è diventato realtà tangibile anche alla base del vivere, le vie di comunicazione digitali “non convenzionali”, cioè libere, non oggetto di filtro, sono diventate le autostrade in cui l’informazione e la riflessione sui temi sociali hanno viaggiato per raggiungere gli utenti del mondo connesso. Provocando naturalmente la reazione di tutto ciò che è ordinato nel senso di precostituito per conservare l’ordine delle cose. Sistemi economici, finanziari, sociali, legali, di pensiero, filosofici, religiosi.

Siamo in questo mentre, in questo divenire che però non diviene, perché naturalmente i sistemi organizzativi e di pensiero che si sono affermati nel tempo, tendono a preservarsi. Nella consapevolezza che pariteticamente a quanto accaduto dal lato della distribuzione della ricchezza (o povertà), che si è concentrata, anche dal lato dei diritti, delle possibilità di influenzare o tentare di modificare i sistemi culturali, si è realizzata una sorta di concentrazione di potere laddove maggiore è il peso economico e la possibilità di influenza sui mezzi di comunicazione. Resta quindi la via del digitale [1] che, guarda caso, comincia ad essere attaccata per com’è oggi, non in grado di offrire una scala di qualità delle fonti. La gestione del potere tenta di appropriarsi anche del luogo principale in cui il pensiero diversificato, “culturale” può veicolarsi. Nel momento in cui anche la presenza sul web sarà oggetto di regole di "filtro" e controllo, l’informazione libera subirà una pesante azione di limitazione. Sarà più difficile raccontare ogni giorno ciò che osserviamo, cioè la disgregazione di molti -mondi-, all’interno delle società e nelle aree geopolitiche [2]. Siamo veramente in una area di attraversamento del tempo in cui la necessità di cambiamento, di trasformazione dell’intero paradigma organizzativo sociale, è evidente, si sente fortemente necessario. Lo è in termini di vivibilità del quotidiano.

I tratti li ho già descritti negli articoli raccolti nei volumi di “Cosa Succede in Città", posso solo aggiungere che più andiamo avanti e più i moti di contestazione in più settori esplodono. Non è la narrazione, sono gli eventi che accadono. Non prenderne atto e continuare nella narrazione opposta e confliggente dei gruppi di dirigenza o di rappresentanza (e dei loro seguaci spesso non disinteressati), rischia di alimentare sempre più conflitto e non soluzione. I conflitti stanno pian piano rimanendo senza casa, si logorano di per sé, portando solo distruzione. Tutti gli obiettivi del futuro, tra cui quello di trovare soluzioni sostenibili al cambiamento ambientale, di ripristinare condizioni di vivibilità, di pianificazione, di contenimento dei conflitti, di trasformazione in senso ampio per una maggiore qualità di vita, come avviare processi innovativi di redistribuzione, tutto ciò che consegue ai modelli sociali del futuro, passano attraverso il debito.

Mi dite come è possibile far convivere il costo dei conflitti, economici, morali, di vita, con la considerazione che servirà debito in futuro per ricostruire, un debito che si aggiungerà a quelli che già oggi è necessario introdurre per la via del futuro?

Non sono temi lontani, sono temi tangibili, perché la quotidianità è reale, le difficoltà reali, il clima che respiriamo è concreto, impatta.

Molte delle riflessioni di questo tempo, attengono alla dimensione strategica, non operativa. Mentre ogni giorno il dibattito, anche nei luoghi deputati a definire le strategie, si perde nel conflitto dell’operativo, dell’operare giorno per giorno per chiudere un buco, con la pezza che è peggio del buco stesso.

Nel mio scrivere ho cercato e cercherò di riversare quello che percepisco nelle dinamiche di questo mondo, perché nelle fasi storiche di grande cambiamento, l’intuito, l’immaginazione, appunto la “percezione”, regalano intuizioni molto più concrete di un dato, il cui valore informativo lascia il tempo che trova e, soprattutto, si lascia alle spalle le tradizionali interpretazioni che sono nate in periodi di lunga stabilità in cui l’instabilità futura è stata concepita ed è cresciuta di pari passo con il crescere delle alterazioni dei problemi.

Ritengo che la definizione delle linee di sviluppo del futuro non possa che passare attraverso lo sforzo degli attori vincenti del mondo che abbiamo conosciuto fino ad oggi di modificare e/o integrare il proprio sistema di pensiero e gli obiettivi del loro operare, inserendo come obiettivo di fondo quello della ricostituzione di condizioni di maggiore benessere diffuso, di redistribuzione, di abbandono dei conflitti per passare alla logica di soluzione dei problemi. Per un mondo pacificato, condizione essenziale, anche nell’accezione economica, per definire uno scenario di futuro in cui non ci siano solo macerie.

Per questo continuerò a cercare sostegno per supportare il mio impegno in questa attività di osservazione e narrazione del nostro vivere, delle nostre società. È un contribuire alla diffusione del pensiero che oggi più che mai ha necessità di apporti, di integrazioni, di punti di vista differenti.

Andremo sempre più avanti nel tempo verso la configurazione di società la cui economia sarà verso la fruizione dei prodotti di esperienza, dei servizi dematerializzati che si offriranno nella possibilità di essere consumati, la transizione è in atto, immergersi nelle nuove realtà è già presente, non è futuro. E quindi l’attività di discernimento di ciò che accade in questo nuovo contesto, assume la connotazione del concreto, del materiale, della zolla arata.

È punto centrale, nel futuro immediato, vedere come le classi dirigenti risolveranno il problema degli attori di quello che a suo tempo ho chiamato -mondo vecchio-. Ma è altrettanto vero che gli attori del cambiamento non sono solo le classi dirigenti, saranno tutti quelli che in un modo o in un altro, parteciperanno alla discussione, da qualsiasi punto di vista, da qualsiasi appartenenza o non appartenenza.

Anche in questo bisogna uscire dal sistema di pensiero passato per aprire alla percezione dei diversi modi in cui i sistemi culturali, soprattutto quelli territoriali, o comunque di area, si sono evoluti o evolveranno nel senso di coscienza critica del vivere.

Da questo punto di vista, preciso, ancora una volta, che narrare ciò che succede e quindi anche la contestazione, ha lo scopo di alimentare di contenuti il dibattito, senza che ci sia polemica su chi ha l'onere di gestire situazioni complesse sedimentate nei decenni, né di cavalcare le onde, o i cavalloni della protesta, che alla prima occasione ti danno un calcio nel solito posto.

Contribuire ad individuare necessità e fabbisogni, magari con qualche idea costruttiva come fatto nei miei precedenti scritti, la logica di parte infatti spinge alle soluzioni radicali e non mediate.

Sento molto concreto questo desiderio di seguire le vicende del mondo, come cittadino del mondo contemporaneo che, come tutti gli umani, non vive di aria ma si nutre nel concreto.

Per questo ti chiedo di sostenermi e di innaffiare un piccolo pascolo da fruire come piccola oasi di un pensiero in transito.

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La logica di massimizzazione estrema dei profitti avulsa da obiettivi sociali è stata alla base del processo di globalizzazione senza regole, che ha distrutto buona parte della nostra manifattura e del terziario. Così, dopo la crisi economica iniziata nel 2008, il quotidiano di tanti si è deteriorato, i sogni di molti sono scomparsi. È scomparsa la mobilità sociale, essenziale per definire percorsi di vita, per raggiungere obiettivi, quelli che potremmo semplicemente chiamare sogni. La formulazione di una visione su ciò che ha contribuito a determinare il disegno sottointeso all’economia globalizzata, il cui unico fine è stato quello di massimizzare i profitti, è la parte centrale di questo lavoro.
Una narrazione non condizionata, libera, che può aiutare a capire il passato e, se vogliamo, può contribuire a immaginare il futuro.

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